Le contraddizioni di Marrakech

Io e Manuela arriviamo a Marrakech di mattina presto, dopo un insonne volo notturno da Malpensa. L’aeroporto di Marrakech-Menara accoglie i viaggiatori con i suoi enormi e raffinati spazi. A dir la verità, è talmente grandioso che si potrebbe immaginare di essere giunti a una ricca metropoli come Dubai, piuttosto che a una città del Nordafrica.

La scena cambia rapidamente subito fuori dall’aeroporto. Ci aspetta la navetta del nostro riad (un’abitazione tradizionale marocchina che ospita una sorta di bed & breakfast), che ci porterà in città. Tutto intorno, nella strada che percorriamo in auto, c’è tanta desolazione, campi incolti e fangosi, baracche che ospitano povere famiglie, piccoli branchi di cani randagi che si muovono liberamente.

Arrivati al riad, Youssef, il gestore, ci accoglie con un ottimo the alla menta, servito nella teiera che sua moglie Hafida ha comprato a Fez, sua città di origine. Dopo esserci dati una sciacquata veloce, siamo già pronti per affrontare Marrakech. Fuori dal nostro riad, che sembra una piccola fortezza edificata su tre piani e che ospita cinque meravilgiose camere, le condizioni di vita sono molto misere. Mi colpiscono i negozi di cibo, assolutamente privi di qualunque forma di igiene, che tengono la merce in terra, vicino ai liquami delle fogne, o in sudice ceste e ripiani.

Arriviamo nella piazza centrale, Jamaa el Fna, da cui si dipanano vastissimi suq, e dove mendicanti e bancarelle di ogni genere riempiono gli spazi. Un giro pomeridiano alla scoperta del suq e si torna al riad. La sera, come tutte quelle che trascorreremo qui, la passiamo sulle sdraio della terrazza sopra il riad, scrutando il cielo e i tetti di Marrakech.

Il secondo giorno inizia con la visita delle Tombe Sadiane, un complesso funerario risalente per la maggior parte al 1557, le cui strutture furono fatte costruire dal Sultano Ahmad al-Mansūr. Suggestive le decorazioni arabe nelle ceramiche e nei legni della struttura. Il nostro itinerario prosegue con il Palazzo El Badi, le rovine di un edificio fatto costruire dal sultano Sa’diano Ahmad al-Mansur al-Dhahabi nel 1578. Non troviamo l’ingresso e un marocchino, che ci dice di essere stato a Napoli, cerca di attirarci in qualche truffa, dicendoci che il palazzo El Badi è chiuso e invitandoci ad andare con lui tramite un “passaggio segreto” – uno stretto e buio vicolo tra due edifici – a visitare il quartiere ebraico. Con decisa educazione rifiutiamo il suo invito e troviamo da soli l’ingresso del palazzo, ovviamente aperto. L’edificio ospita sulle alte mura nidi di cicogne e, per quanto diroccato e svuotato di ogni originaria ricchezza, è rimasto affascinante. Nei nostri giri tra le mura della medina, entriamo poi in un negozio berbero dovevo contratto con una gentile signora elegantemente velata l’acquisto di una bellissima teiera berbera, con un raffinato vassoio e due tazzine colorate e decorate con motivi che ricordano le hennè.

Il terzo giorno decidiamo di affrontare tutto il suq, davvero enorme, affascinante e in certi tratti misterioso. Compro un piccolo tappeto marocchino, che darà il benvenuto agli ospiti in casa mia, posizionato davanti alla porta d’ingresso. Superata nuovamente la truffa de “il palazzo è chiuso-venite con me”, ci rechiamo in un’antica scuola coranica, la Medersa Ben Youssef, anch’essa del tutto insolita per due occidentali come noi e ricca di fascino e decorazioni. Dopo un altro giro pomeridiano lungo gli esterni della superba moschea della Koutoubia (i non musulmani non possono entrare), torniamo al riad.

Il nostro viaggio è concluso. Marrakech è una città dal grande fascino, sospesa tra una grande povertà e la raffinatezza nelle decorazioni, dagli edifici sacri alle hennè. E’ un luogo ricco di mistero, dove dietro all’angolo di un suq non sai cosa ti aspetta davvero e dove, forse, un passaggio segreto potrebbe portarti in qualche altra dimensione, sicuramente in qualche luogo lontano dalla triste frenesia e efficienza del mondo occidentale.

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A novembre un’esperienza nuova: il nostro primo spettacolo teatrale

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Con Stefano ci conosciamo da cinque anni, di solito lui sta seduto dietro alla sua batteria e io imbraccio la mia sei corde. Ma negli anni abbiamo scoperto di poter fare altre cose insieme: scrivere canzoni. Alcune di queste le abbiamo suonate nel nostro precedente gruppo musicale: i Biosound.

Durante l’inverno dell’anno scorso abbiamo deciso di lanciarci in un nuovo progetto comune, entrambi volevamo pubblicare un libro coi nostri testi e poesie e ci siamo detti: perché non farlo insieme?

E’ nato così “L’albero delle emozioni”, un libro che raccoglie testi di canzoni, poesie, pensieri e racconti scritti da me e da Stefano separatamente e raccolti in un unico libro. Ci sono canzoni d’amore, testi introspettivi, riflessioni sulla genitorialità e su tanti altri aspetti della vita. Ma specialmente ci sono emozioni, tante.

Una volta scritto il libro, abbiamo pensato a come presentarlo. Volevamo evitare la classica presentazione di libri, abbastanza noiosa e con i soliti quattro amici a sentire. E ci siamo detti: perché non raccontarlo in modo diverso, perché non portare “L’albero delle emozioni” sul palco di un teatro e farne uno spettacolo?

Abbiamo così immaginato una performance che racconti quanto abbiamo scritto e che sia fatta di canzoni suonate e cantate dal vivo in acustico, veri e propri balletti sui temi di alcuni testi, e letture accompagnate da musica.

I musicisti che suoneranno, oltre a me e a Stefano sono: Francesca “Sbamby” Bambara e Ivano Ramaglia alla voce, Luca Andrenacci al basso, Simone Pisseri alla chitarra. Il fonico della serata sarà ancora una volta Piero Desirello.

Si occuperà delle coreografie la bravissima Irene Moles, che guiderà i ballerini di Sestri Danza. Gli attori Paolo Asta e Gisella De Nicolò, in arte “I Giselli”, leggeranno poesie e pensieri.

La location sarà il Teatro Soc Certosa, diretto dal grande Andrea Brina, location di un suggestivo concerto natalizio Biosound. La serata sarà aperta dal duo SkyDive, che presenterà un repertorio di cover in acustico. Fotografo ufficiale della serata: Roberto “Paperinik” Falchi (autore delle foto 1, 2 e 4 in questo post).

E l’ingresso? Rigorosamente a offerta libera, con il libro “L’albero delle emozioni” disponibile in sala per tutte le persone che vorrano supportarci in questo nuovo progetto a un prezzo speciale.

Eric Clapton live a Londra 22/5/2017

 

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Sono stato tante volte a Londra, ma questo è stato uno dei viaggi più significativi. Volevo vedere Eric Clapton, non avevo mai assistito a un suo concerto e l’occasione di poterlo vedere alla Royal Albert Hall, nella prima delle tre serate previste a partire dal 22 maggio, mi sembrava imperdibile. Lo ascolto dall’adolescenza, da quando il mio prof di diritto, gran chitarrista e fra i miei maestri musicali, mi insegnò “Cocaine”.

Sono partito con un pò di timore, incerto se lo spettacolo avrebbe davvero avuto luogo, perché pochi mesi prima Eric aveva annullato alcuni concerti americani per una brutta bronchite, e, come molti sanno, è affetto da una grave malattia degenerativa.

Sono arrivato nella City sabato 20 maggio e ho passato la giornata visitando alcuni dei suggestivi parchi londinesi. Il lunedì mattina, il giorno del concerto, sono stato a passeggiare lungo London Bridge e la riva sud del Tamigi. C’è una passeggiata davvero bella, che non conoscevo, dalla quale si può osservare la riva nord, con tutti i monumenti e luoghi celebri, e pasteggiare sotto un albero, come del resto ho fatto, con un buon tramezzino al salmone.

Finalmente è arrivato il pomeriggio. Sono andato in anticipo alla Royal Albert Hall. Appena entrato, mi sono ritrovato in un corridoio circolare, che delineava tutto il perimetro del teatro e che ospitava un’esposizione di foto di artisti del classic rock inglese, tra cui lo stesso Clapton. Ero un pò agitato perché avevo dimenticato a Genova la macchina fotografica e non sapevo come documentare quello che mi aspettava.

Arrivato il momento dello spettacolo sono entrato in sala. Il caso ha voluto che il mio posto, trovato fortunosamente in una lotta all’ultimo click con altre migliaia di fan sul sito Eventim, si trovasse proprio dietro Eric Clapton. Lo avrei visto prevalentemente di spalle, ma almeno sarebbe stato da vicino.

Dopo il gruppo spalla è arrivato Eric, mi ha sorpreso, e con me ha stupito anche tutti i presenti: sembrava stare davvero bene, camminava perfettamente eretto e si è subito messo a suonare note meravigliose con la sua stratocaster. Era l’unico chitarrista. Oltre a cantare, suonava sia le ritmiche che gli assoli.

La prima parte del concerto è stata semplicemente stupenda, mi sono sentito molto coinvolto e quasi incredulo. Il climax ha raggiunto l’apice su “I Shot The Sheriff”, introdotta dal solo Clapton alla chitarra.

Dopo quattro canzoni elettriche Eric si è seduto e ha cominciato un lungo set unplugged, di cinque pezzi, tra cui “Tears In Heaven” dedicata al figlioletto tragicamente morto ancora bambino cadendo da un grattacielo, “Bell Bottom Blues” una delle mie preferite della sua formazione Derek And The Dominos di inizio anni ‘70, e “Layla” la canzone forse più intensa che Clapton abbia mai scritto.

La band ha poi ripreso il set elettrico, e questa volta oltre a Clapton alla chitarra c’era Doyle Bramhall, leader del gruppo spalla e collaboratore di Eric in anni passati. Poi i minuti sono volati via veloci, e non ho fatto quasi in tempo a commuovermi sulle note di “Wonderful Tonight” e a entusiasmarmi sui potenti riff sixtyes di “Crossroads”, che il concerto era già quasi concluso.

Dopo “Cocaine” tutta la band ha lasciato lo stage, per poi ritornare poco dopo. C’è stato ancora tempo per un’ultima canzone: “High Time We Went”. Poi Eric è scappato via veloce, senza quasi lasciare il tempo per capire che il concerto era realmente concluso.

La mattina dopo mi sono svegliato con il messaggio di una persona cara, che mi avvisava che mentre assistevo a Londra al concerto di Clapton, a Manchester un kamikaze compiva un attentato durante il concerto di Ariana Grande. Ho lasciato Londra velocemente, pensando che, ad ogni modo, il terrore non può fermare l’amore per la musica e per la vita.

Setlist

Electric set:

Somebody’s Knocking

Key To The Highway

Hoochie Coochie Man

I Shot The Sheriff

Unplugged set:

Driftin’ Blues

Bell Bottom Blues

Layla

Nobody Knows You When You’re Down and Out

Tears In Heaven

Electric set:

Badge

Wonderful Tonight

Crossroads

Little Queen Of Spades

Cocaine

Bis:

High Time We Went

Foto di Antony Bowen

Com’era Edimburgo?

Me lo hanno chiesto tanti amici dopo il ritorno dalla capitale della Scozia. Per me è stata abbastanza inattesa. Ci sono andato senza avere un’idea ben chiara di cosa aspettarmi. Siamo rimasti lì per un weekend, che si è rivelato vario e molto divertente.

Abbiamo viaggiato nel tardo pomeriggio di un venerdì alla fine di agosto. Partiti da Malpensa con 34 gradi, siamo atterrati a Edimburgo con 14. Lo sbalzo termico ci ha obbligato ad aggiungere rapidamente alcuni strati al nostro vestiario. Abbiamo raggiunto la città con un tram che velocemente ci ha portato dall’aeroporto al centro. Ho avuto l’impressione di una illuminazione scarsa la sera, rispetto ad altre città europee.

Il sabato abbiamo girato per il centro storico, con la sua struttura medievale e i molti edifici risalenti all’epoca della Riforma Protestante, partendo dall’affascinante castello (le cui origini sono datate intorno al 1130 d.C) , per perderci poi nel vivacissimo Royal Mile, la lunga strada che attraversa il centro antico. Mi ha colpito la struttura collinare della città, ricca di saliscendi e aree verdi, che si inseriscono tra i diversi quartieri di Edimburgo. La strada principale era affollata di turisti e ospitava tanti colorati e divertenti negozi: dal cashmere, ai dolci, all’immancabile whisky. Abbiamo inoltre visitato la National Gallery of Scotland, che ospita la collezione d’arte nazionale scozzese e include opere d’arte scozzesi e internazionali di grande pregio, dall’inizio del rinascimento all’inizio del ventesimo secolo .
La domenica, con una mezz’oretta d’autobus, ci siamo recati nel quartiere di Portobello, un sobborgo residenziale di Edimburgo che si affaccia sul Firth of Forth (l’insenatura creata nella costa orientale della Scozia dall’estuario del fiume Forth, dove esso sfocia nel Mare del Nord). Abbiamo fatto una lunga passeggiata sulla spiaggia di sabbia rossiccia, sotto un suggestivo cielo con grandi nuvole. Per il pranzo abbiamo scelto un peculiare bar sulla spiaggia, ospitato in un edificio dalle apparenze gotiche, dove il passare del tempo, oltre che dal cibo,  è stato allietato da un gruppo di musicisti scozzesi con chitarre acustiche, violini e contrabbasso. Per quanto riguarda le cene, siamo sempre andati in classici pub, uno più bello dell’altro, dove, oltre a ricchi hamburger, abbiamo gustato qualche piatto locale e ottime pinte di birra.

L’esperienza del viaggio è stata molto positiva, credo che sia un luogo dove valga la pena di andare, almeno una volta nella vita.

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Baustelle live a Genova 12/4/2017

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Dopo aver visto la presentazione del nuovo disco dei Baustelle alla Feltrinelli di Torino, e la seconda data del tour, che si è tenuta a Varese, arriva il momento del concerto nella mia Genova. È il 12 aprile.

Non mi aspetto una serata memorabile, perché nella presentazione e nel live di Varese qualcosa non mi ha convinto. Arrivo al Porto Antico, dove si tiene lo spettacolo nell’ambito del festival di musica indipendente “Supernova”, una mezz’ora prima dell’inizio, ma i posti a sedere sono già tutti occupati, così decido di mettermi in piedi, sotto la cassa alla sinistra del palco. Poco dopo arriva un addetto alla security, che mi dice che lì non posso stare e che devo andarmene più indietro. Mi sposto, non senza presentargli le mie rimostranze. Comunque ho una certa esperienza di queste situazioni e ho imparato che sapendo aspettare spesso le cose cambiano. Poco prima dell’inizio dello show, una ventina di ragazzi si mettono in pedi proprio davanti al palco, li seguo, e prontamente arriva l’addetto, ormai per me una vecchia conoscenza, che cambia però la sua versione: ora lì si può stare, ma ci dobbiamo sedere! Non aspettavo di meglio: sono seduto in terra davanti alla prima fila.

Arrivano i Baustelle e comincia la magia. Partono i brani del nuovo disco “L’Amore E La Violenza” e sono davvero belli. Forse mi ci sono abituato, a furia di ascoltarli, poi, avendo la band fatto varie date sono tutti molto più sicuri rispetto a Varese e i pezzi sono perfetti. Inoltre, la mia posizione, esattamente davanti ai subwoofer, fa sì che io percepisca sì un eccesso di bassi, ma che senta poco i synth analogici che l’altra volta non mi avevano entusiasmato. Comincio a pensare che il nuovo disco mi piaccia molto più di quanto pensassi, e che, ancora una volta, le canzoni dei Baustelle vanno ascoltate ripetutamente, prima di riuscire ad apprezzarle a pieno. Anche questa volta fanno una pausa a metà concerto, e lasciano il palco per cinque minuti.

Il gruppo torna tra gli applausi del pubblico e suona quello che a tutti gli effetti è un canzoniere raffinato e originale, che include pezzi come “Un Romantico A Milano”, “La Guerra È Finita”, “Gomma”, e tante altre perle. Molto bella la versione quasi acustica, molto scarna, di “Bruci La Città”, portata al successo da Irene Grandi, e scritta da Francesco dei Baustelle.

È finita, sono le 23.30 o giù di lì. Mi rendo conto ancora una volta che vedere più concerti dello stesso tour è stato positivo, perché ogni serata è diversa dalle altre, a prescindere dalle differenze presenti o meno nella scaletta. Se avessi visto solo lo show di Varese non avrei ben compreso e apprezzato i nuovi Baustelle, e non avrei goduto di un live che mi ha dato emozione e intensità, come quello di questa divertente serata di metà aprile.

 

Setlist

L’amore e la violenza:

Love
Il vangelo di Giovanni
Amanda Lear
Betty
Eurofestival
Basso e batteria
La musica sinfonica
Lepidoptera
La vita
Continental stomp
L’era dell’acquario
Ragazzina

Seconda parte:

Charlie fa surf
Un romantico a Milano
Monumentale
Gomma
Bruci la città
La canzone del parco
L’aeroplano
La moda del lento
Le rane
La guerra è finita

Bis:

Veronica n.2
La canzone del riformatorio

Nice

Sono andato a Nizza quasi per caso, volevo “togliermi un po’ di qui”, come si dice in questi casi.

Da Genova ci sono volute grosso modo tre ore. Pensavo di non soffrire di vertigini, ma mi sono dovuto ricredere quando dopo Imperia mi sono ritrovato con la mia auto su viadotti altissimi, la cui unica protezione laterale era costituita da un semplice guardrail, come quelli delle strade di campagna.

Nizza è una città meravigliosa e ricca di contrasti. Dopo il casello mi hanno accolto un folto gruppo di zingare che chiedevano l’elemosina a tutti i semafori. Un cartello consigliava di assicurarsi che le portiere fossero ben chiuse.

Dopo aver parcheggiato mi sono ritrovato in un pittoresco giardino che, tra fontane e panchine, portava al litorale.

Suggestivo il lungomare, i sassi sulla spiaggia, con la gente che prendeva il sole e qualche coraggioso che faceva il bagno ad aprile. Poi sulla passeggiata ho incrociato tre militari con il mitra, che andavano avanti e indietro. Più che comprensibile dopo il noto attentato, ma ho percepito una netta dissonanza fra il clima di una tranquilla cittadina sulla costa e gli incubi del terrorismo.

Dopo un paio d’ore in spiaggia, ho pensato che avrei potuto fare un breve giro anche nel centro. Mi sono così perso in un dedalo di viuzze, ricche di affascinanti, tipici, e spesso aromatici, negozietti: ognuno avrebbe meritato una visita, ma ci sarebbe voluto più tempo.

Venuta l’ora del ritorno, sono andato via pensando che, a sole tre ore da Genova, c’è un’altra città di mare e botteghe, molto graziosa. E che vale sempre la pena di perdersi.

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La sabbia rossa

Non stavo molto bene, ma mi sono comunque messo in viaggio perché avevo un impegno da onorare. Non ero mai stato da quelle parti, sapevo solo che da lì partono le navi per l’Isola d’Elba. Terminati gli impegni, ho chiesto un consiglio su una spiaggia dove potermi riposare un po’ prima di ripartire. Il suggerimento si è rivelato davvero valido e mi sono ritrovato in un luogo quasi incontaminato. Ho tolto le scarpe e ho camminato sulla sabbia rossastra, vicino ai luoghi della civiltà etrusca. Il mare non era freddo e ho messo i piedi sott’acqua. Mi sono fermato poi a guardarmi intorno.

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Spiaggia di Baratti (Piombino).