“Bohemian Rhapsody”, la storia dei Queen raccontata ai posteri

“I denti di Freddie nel film sono troppo grossi, la protesi dentale che hanno messo all’attore è ridicola!”

“Ma i Queen hanno suonato negli anni ’80 a Rio, è un errore clamoroso dire che fu negli anni ’70!”

“Si è voluto enfatizzare troppo il senso di solitudine di Freddie!”

“I Queen si sono presi sì una pausa nel 1983, ma di comune accordo, non per colpa dell’album solista di Mercury!”

“La pellicola è piena di incongruenze!”

Sì, ok, è tutto vero. Anche il discorso sulla dentatura di Freddie. Come ha detto scherzosamente un mio amico: “L’attore Rami Malek, che impersona Mercury, sembra un po’ un tricheco con quei denti!”

Ma non è questo il punto. Il compito di un film è quello di raccontare una storia e di trasmettere emozioni. In questo caso, la trama è basata su una storia vera, quella dei Queen, ma la pellicola non può e non deve avere la precisione di un documentario. Quello che conta veramente, secondo me, è che questo film emoziona e lo fa alla grande.

Non si può certo dire che “Bohemian Rhapsody” sia stato un progetto semplice e senza intoppi: se ne parlava già dal 2010, l’attore protagonista avrebbe dovuto essere Sacha Baron, che abbandonò il progetto in polemica con Brian e Roger. Il regista che ultima il film (Dexter Fletcher) non è quello che ne ha girato la maggior parte (Bryan Singer).

Brian May, in un’intervista a Henry Yates per “Classic Rock”, di fine novembre 2018, racconta la sua visione del film: «Ormai l’ho visto centinaia di volte, in frammenti e infine completo nel suo insieme, e devo dire che ancora mi prende. È molto commovente. Riguarda Freddie. Sì, noi ci siamo, ma la storia riguarda Freddie, e questo è sempre stato l’obiettivo. Ovviamente per noi Freddie è preziosissimo. Una delle prime grandi svolte nella sceneggiatura è stata quando Peter Morgan ha detto: “Questo film parla di una famiglia”. Parla di tutto quello che succede in ogni famiglia: alcune cose belle, altre brutte, l’andare via, la ricerca di indipendenza e poi il coltivare la famiglia. Il film parla di queste cose, per certi versi, e poi c’è il talento emergente di Freddie, la sua straordinaria resilienza e senso dello humour.»

Gli attori sono semplicemente fantastici, il protagonista, Rami Malek, ha vinto un oscar (e numerosi altri premi) per quanto ha saputo scavare nell’animo di Freddie e costruire il “suo” Mercury, Gwilym Lee, che impersona Brian May, talvolta si stenta a credere che non sia realmente lui, John Deacon (Joe Mazzello) è identico, solo Roger Taylor (nel film Ben Hardy) non è troppo somigliante a se stesso, oltre ad essere un po’ reso caricatura, enfatizzando la sua sregolata passione per il gentil sesso.

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La cosa che, personalmente, più mi ha colpito del film è, sin dall’inizio, la ricostruzione degli ambienti storici. Lo scenario in cui muovono i primi passi gli Smile (gruppo progenitore dei Queen) e i Queen degli esordi è ricostruito in maniera impeccabile, sembra davvero di essere nella Londra di inizio anni ’70. Le ricostruzioni dei concerti sono fedelissime negli aspetti visivi, e le scene del Live Aid sembrano filmate, seppur con le moderne tecnologie, il giorno del concerto nel luglio 1985.

A mio giudizio, nell’epoca in cui stiamo vivendo, fatta di consumismo rapido e sfrenato, di velocità dell’informazione e di musica usa e getta, c’è un grande rischio: quello di perdere la memoria della grande musica rock degli anni ’60 e ’70. Il compito di un biopic come questo, è proprio quello di ricostruire una grande storia del passato, pur con qualche adattamento cinematografico, per raccontarla e tramandarla ai posteri, perché non venga dimenticata.

Quanti conoscevano i dettagli della storia dei Queen? Quanti ascoltatori non fanatici del gruppo sapevano qualcosa dei Queen in concerto, al di là del pur mitico “Live at Wembley ’86”? “Bohemian Rhapsody” colma questo gap, raccontando, seppur in versione semplificata e romanzata, la fantastica avventura dei Queen a tutti, la storia di una band eccezionale con un performer unico, straordinario e irripetibile.

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