British Blues a Teatro. John Mayall a Genova 27/3/2019

Arrivo al Teatro Politeama Genovese, entro, e vedo una fila di persone. Penso che quello sia il punto dove cambiano il biglietto online con quello per entrare nella sala. Mi metto in coda.

Vado un po’ più avanti, e intravedo un vecchietto seduto dietro un tavolino, posizionato in un angolo della biglietteria. Sembra proprio essere il classico banchetto del merchandising ma… dietro il tavolo c’è lui, John Mayall! che “smazza” i suoi cd e li autografa. Mai vista una cosa del genere da parte di un nome di tale calibro in 25 anni che assisto a concerti.

Nove meno un quarto, John si alza e sparisce. Riappare dopo soli quindici minuti – giusto il tempo di fare pipì – direttamente sul palco. Ha 85 anni e si vede, sta dietro a un organo Hammond ed a una tastiera, con la sua pelle rugosa e il corpo magro un po’ ingobbito, ma è perfettamente lucido. Qualcuno dice: “Cavolo, arrivarci alla sua età così!”

Mayall canta, suona una piccola chitarra elettrica, e soffia nell’armonica a bocca con il fiato di un ventenne. Si potrebbe osservare che non è un virtuoso con nessuno strumento, ma questo è irrilevante, e risulta controbilanciato dalla sua statura musicale. I suoi musicisti – una fantastica chitarrista e cantante in gonnella che potrebbe sembrare la famosa casalinga di Voghera, un batterista di colore grassottello con un viso un po’ sconvolto, e un bassista virtuoso, magro e burlone – suonano tutti alla grande, fanno assoli e botta e risposta strumentali degni del miglior jazzista, ma senza di lui questo ensemble non avrebbe senso.

L’anima, la voce e il cuore del progetto sono rappresentati senz’altro da John. Parla col pubblico, è felice, pienamente realizzato, non può che vivere – e probabilmente un domani morire – sul palco, è la sua dimensione naturale.

Trascorrono i minuti – alla fine saranno circa cento quelli effettivi di musica – e le note di questo quartetto blues risuonano nella sala, spesso si tratta di tempi medi, forse il tutto potrebbe risultare un po’ noioso alla lunga, ma è qualcosa di dannatamente coerente e credibile.

Il pezzo che più mi colpisce è la cover di Sonny Boy Williamson II “Checkin’ Up On My Baby”, su di lui recentemente ho letto un bel libro (“Sonny Boy Williamson II L’ultimo poeta del Blues” di Bertrando Goio). Sentire suonare dal vivo un suo brano, rappresenta per me un nuovo passo verso questo fondamentale – anche se un po’ ambiguo e minaccioso – armonicista e cantante blues, ormai sconosciuto ai più.

Anche per Mayall, eroe di un passato lontano, tanti mi chiedevano: “Ma chi è questo vecchio John con il cognome dalla buffa assonanza in italiano?” E’ uno dei mostri sacri della musica. Forse se nascesse oggi la sua rilevanza sarebbe minima o nulla, ma negli anni ’60 è stato una delle figure più importanti che ha portato il blues dei neri in Inghilterra. È stato colui che ha fornito il terreno fertile in cui crescere ad Eric Clapton, chiamandolo a suonare nei suoi Bluesbreakers, dopo la prima esperienza negli Yardbirds, e a tanti altri.

Ma a lui questo non importa, non ha niente da dimostrare, sa chi è, sa da dove viene e forse anche dove andrà. Finisce il concerto e torna al suo tavolino all’entrata del Politeama, questa volta accompagnato dai suoi musicisti, per salutare i fan.

Chi conosce se stesso non ha bisogno di presentazioni.

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